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Il confine, quella mattina, si era svegliato storto.
Non più del solito, ma abbastanza da dare fastidio. Passava
davanti alla fontana, entrava nel bar, usciva dalla chiesa e
faceva una curva inutile dietro il cimitero, come se stesse
evitando qualcuno.
Il commissario Ermete Passalacqua lo seguiva con
attenzione religiosa, il metro in mano e il taccuino pieno di
frecce che non portavano da nessuna parte.
«Se il corpo,» borbottava, «è caduto di là, allora il reato è di
qua. Ma se è di qua ed è scivolato di là…»
Si fermò.
Il confine, lì, faceva una piega strana. Una piega nuova.
Intanto Gino Balocchi stava facendo quello che gli riusciva
meglio: parlare con chi non parlava. Seduto al Dopolavoro,
fissava il bicchiere di Sergio Il Confine, ora accuratamente
riposto sotto il bancone come una reliquia scomoda.
«Sai,» disse a Donato, «che Sergio ieri non ha bevuto.»
Donato annuì.
«Dice che sta facendo una pausa.»
A San Pellegrino fare una pausa dal bere era come
dichiararsi colpevoli di qualcosa.
Il commissario entrò nel locale con l’aria soddisfatta di chi
crede di aver capito tutto sbagliando. Appoggiò il metro
sul banco.
«Ho una teoria,» annunciò.
Nessuno gliela chiese.
«Il morto,» continuò, «è stato spostato.»
Silenzio.
Quello vero.
Gino lo guardò.
Era la prima cosa giusta che diceva.
«Da solo?» chiese Gino.
Passalacqua esitò.
«No.»
Il confine, fuori, scricchiolò leggermente.
Sergio Il Confine entrò proprio in quel momento. Guardò il
metro, il bicchiere nascosto, gli sguardi. Capì.
«State facendo confusione,» disse. «Io non c’entro.»
«Infatti,» disse Gino. «C’entri sempre.»
Il commissario prese appunti febbrilmente, senza sapere
cosa.
Quella sera, mentre il paese si divideva come sempre su
tutto tranne che sul silenzio, Gino scrisse un articolo che
non avrebbe pubblicato.
Perché prima voleva vedere se il confine avrebbe parlato
ancora.
E parlò.
Spostandosi di un passo.
Dalla parte giusta.